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domenica 14 febbraio 2010

Nino


Senza questo piccolo annuncio, forse, il prequel di Eluz giunto alla chetichella, nottetempo, passerebbe inosservato. E sarebbe un peccato perdersi il racconto appassionato dell'infanzia forsennata di Nino, che va a rotta di collo verso una vita spericolata. Ma non alla maniera stucchevole e retorica di certe rock star patetiche e imbolsite che farfugliano e cantano e bevono whisky in qualche bar. Qualcuno dovrebbe (nel caso del racconto di Eluz, avrebbe dovuto) fare qualcosa e subito per Nino e per gli altri numerosissimi Nino, Salvo, Calogero, Filippo, Carmelo che hanno solo una maestra: la strada. Quella lercia delle periferie di Palermo che pullula di pusher e malfattori di ogni risma. Fate un salto a ritroso e andate a leggere "Crudeli innocenze" facendo clic sul tag "Un racconto al giorno".

sabato 30 gennaio 2010

Afghanistan


di Tanus

Vide Neda che arrivava, come era solita a quell'ora, tornava a casa dopo il lavoro. Era splendida. Non poteva vederla sotto il suo abito tradizionale, trasparivano solo chi occhi e le lunghe dita sotto le ampie volute di stoffa. Conosceva però il suo viso angelico e spontaneo molto bene, lo aveva mandato a memoria nelle lunghe sere trascorse a parlare nascosti dietro la moschea. Neda occasionalmente faceva da interprete per l'ISAF, ed era così che l'aveva conosciuta, lì nell'ospedale dove lei si occupava dei bambini orfani.
Lui era arrivato nel paese di Neda per portare la pace e la democrazia. Si accorse ben presto che molti altri invece le avevano lasciate ben al sicuro in casa propria. Toccò con mano quanto la devastazione delle anime fosse maggiore di quella delle case, distrutte dalle bombe "intelligenti". Loschi figuri si aggiravano indisturbati per tutto il paese. Un vero Far West più che un profondo Est estremista islamico.
Si facevano notare stranieri giunti lì con la stessa mentalità con cui si farebbe una battuta di caccia. Non importava la forma o la razza che aveva la "selvaggina" o da che parte stava, l'importante era per loro poter tornare a casa con un trofeo, con una storia da raccontare ad uso e consumo proprio e degli amici "civili". Tra i locali si distinguevano invece affaristi di tutte le specie. Perlopiù gente che prima trafficava con i funzionari di Osama ed oggi, senza alcun problema di legge e di coscienza, con quelli di Obama. Salvo riconosceva bene quelle facce, erano né più né meno le stesse dei mafiosi che aveva lasciato nel suo paesino in Sicilia. Una repulsione vivida e disgusto sul palato lo assalivano alla loro vista. Avrebbe anche detto a qualcuno di loro - Salutamu Don Tano - se solo fosse stato certo che ne comprendessero il senso di sfida.
Stava pensando proprio a questo quando Neda era giunta a mezzo metro da lui. Poi vide un lampo, poi solo il buio. Un ragazzino di 17 anni, dietro le sue spalle, aveva deciso di aver vissuto troppo, e che era giunto il suo turno di divenire un martire. Si era fatto aiutare da una bella cintura di tritolo, preparata dai fratelli della causa, troppo vecchi per morire, e da una fumata di hashish.
Dopo il buio vide nuovamente la luce. Era strana, un bagliore più che altro, e lui vi fluttuava dentro, come in un bagno lattiginoso. Qualcosa gli disse che era morto,pensò subito a Neda. Sperò non fosse morta pure lei, ma invece sentì la sua voce che lo chiamava - Salvo... Salvo... vieni da me. Salvo... non lasciarmi sola. -

venerdì 29 gennaio 2010

Crudeli innocenze


di Eluz

-Non avevo mai preso un tassì- pensò Nino, correggendo quel pensiero un attimo dopo. Gli tornò in mente la volta che con Peppino, il bambino più biondo del quartiere, era salito su un taxi della città senza che l'autista se ne accorgesse. Mai avrebbe potuto dimenticare le urla di quello prima di buttarli fuori dall'auto. Ci pensò su: -E' una vita che scappo- si disse. Oggi fuggiva ancora. Dalla sua città e da un'esistenza fatta di furti, spaccio e truffe varie. Aveva alzato troppo il tiro fregando quelli sbagliati, e loro gli avevano promesso che l'avrebbe pagata. La sua vita era diventata un incubo, fino a quando aveva deciso di andare via. Il taxi si ferma davanti il suo albergo. Nino paga e scende sbattendo la portiera senza neppure salutare il tassista che non fa una piega. Prende la chiave e sale in camera, improvvisamente assalito dalla stanchezza e dalla tensione del viaggio. Si spoglia lasciando cadere disordinatamente i vestiti sul pavimento, entra nella doccia schiacciandosi contro il vetro fumè, lascia sbattere per terra il getto d'acqua ancora freddo aspettando di farsi colpire solo quando sente il vapore caldo appiccicarsi alla pelle nuda. Guarda l'acqua che forma un piccolo vortice prima di sparire, e pensa che sarebbe bello se anche i suoi problemi potessero scivolare via così facilmente. Esce dalla doccia e, tamponandosi le guance con le mani profumate di dopobarba, esclama soddisfatto: -Chi bieddu, però, ah! Dopo avere assolto a tutte le pratiche per "rendersi presentabile", come amava dire con falsa modestia, esce, conquistando la strada con quella sua andatura dinoccolata. Inizia così la sua nuova vita, tra le vie di un quartiere a luci rosse, una sbronza, una sniffata di coca e la frequentazione di tipi loschi. Conosce molte donne, e con ognuna di esse divora la notte in modo diverso. A certe promette amore eterno mentre lentamente passa le labbra sul loro collo e sui seni. Ad altre non chiede neppure il nome: le spoglia con quella foga e quella voglia che fanno tremare le mani e le labbra, nell'attimo precedente all'orgasmo che li fa crollare tra i gemiti e i sospiri. In poco tempo Nino riesce a farsi presentare "i capi" della zona ottenendo la loro fiducia per lavori sempre più importanti. Una sera, tornando a casa, ha la spiacevole sensazione di essere seguito. Sente uno sguardo costante piantato sulla schiena. Si volta verso la strada, ma non vede nessuno. Tentando di trattenere il tremore delle dita, cerca la chiave nella tasca, la infila nella toppa e la fa girare. Non ha il tempo di aprire la porta che sente il peso di una mano sulla sua spalla e una voce che conosceva bene, dirgli: -Pensavi d'averla fatta franca, eh? Non ti chiederò neppure se hai i soldi che mi devi. Ho già perso troppo tempo con te.- Nino non pensa più nulla, adesso. Sente solo il rumore ovattato di uno sparo, e l'ultima cosa che vede è il suo sangue scuro che penetra le fughe del lastricato.

giovedì 28 gennaio 2010

Speranza nel buio


di Pirsimona

Era scesa la notte e adesso orientarsi era diventato impossibile. Linda e Dave si erano inoltrati nella Foresta Cangiante fin dalle prime luci del mattino ed avevano camminato di buon passo per tutto il giorno. "Voglio accertarmi che Eldero stia bene", aveva detto Dave a Linda dopo la tempesta che si era abbattuta sulla montagna poche ore prima. Eldero era il nonno di Dave, uno sciamano che aveva scelto di vivere a contatto con la natura selvaggia e di allontanarsi dagli uomini alla ricerca del suo equilibrio spirituale, anche se questo aveva significato separarsi da quel bambino dai capelli rossi che si somigliava tanto.
E così si erano addentrati nella foresta sempre più fitta. Pian piano la luce aveva lasciato il posto al crepuscolo e quando i due giovani avevano tentato di trovare la via per il Fiume Colorato, unico loro punto di riferimento, si erano resi conto di essersi smarriti. In quel groviglio di alberi e cespugli ogni tronco era uguale al successivo, e il fogliame impenetrabile rendeva impossibile scorgere il cielo. Ogni rumore era terribilmente amplificato: ogni passo era un frusciare di foglie, uno spezzarsi di rami secchi, un calpestio di pietrisco. All'improvviso due piccole luci spuntarono nella notte: gli occhi di un lupo selvatico! Linda ebbe un fremito di paura, ma Dave la prese per mano: "Sta' tranquilla, questo è Shadi, il lupo che protegge mio nonno, lo riconosco dalla cicatrice sulle zampe... Sono sicuro che l'ha mandato Eldero! Shadi ci guiderà da lui, lo sento". E si affrettò a seguire la bestia che avanzava spedita girandosi di tanto in tanto per controllare che i due gli stessero dietro. Non era fcile seguirlo, il lupo era molto più agile e presto Dave e Linda pensarono di averlo perso in quell'intrigo di cespugli. Un improvviso ululato però li guidò verso una radura, dove gli alberi erano meno fitti e i rami si erano aperti a rivelare un debole bagliore argenteo. Proseguirono seguendo l'ululato e udirono uno sciaquio, dapprima lontano poi sempre più vicino, che fece loro capire di essere finalmente giunti al Fiume Colorato. In quella radura una luminosissima luna piena rischiarava la notte, ora un po' meno buia e minacciosa.

mercoledì 27 gennaio 2010

L'Agorà di Sibaris


di Fara

C'era molta agitazione quel giorno nell'Agorà di Sibaris.
Un certo Damaso, uno di Kroton, assai "spartano" nei costumi, aveva da poco aperto un Liceo e ad insegnare. Niente di strano all'apparenza. I sibariti erano accoglienti e tolleranti e i crotoniati "bene" che, a parole condannavano il loro stile di vita, da sempre la sera si recavano a Sibaris per le terme o per il teatro, o per frequentare i postriboli di lusso per cui i sibariti andavano famosi. Ma una mattina tre crotoniati furono trovati sgozzati e dati in pasto ai lupi appena dietro le mura. Subito si sparse la voce che Damaso fosse una spia e il suo Liceo un covo di cospiratori. Chi aveva ucciso i tre? E perché? Un chiacchiericcio, un passaparola e già il timore cominciava a serpeggiare.
- I tre morti ammazzati sono una trappola!
- Ci vogliono accusare della strage per attaccarci!
Questa era la versione che nelle taverne, alle terme, alle feste cominciava a prender piede. E la paura cresceva.
Sibaris, città ricca, pacifica, cosmopolita e godereccia da anni faceva gola ai crotoniati, e ancor più ora con l'arrivo di Pitagora e del suo governo di musoni e moralisti. Tra le due città c'era una rivalità centenaria sia per motivi commerciali che politici e religiosi.
Il terrore di essere invasi e sopraffatti cominciava a serpeggiare tra la gente di Sibaris. I giovani, la sera, cominciarono a uscire sempre meno, a diffidare l'un dell'altro e cominciarono a circolare armati. L'angoscia e il terrore stavano a poco a poco soffocando la loro libertà...

martedì 26 gennaio 2010

Acquadisole


di Yorick

Mi ha detto che ha capito la differenza sostanziale tra uomini e donne: un uomo può dire "no, basta", ma è un nobasta all'italiana. Cioè, non è mai categorico, ci può essere sempre una scappatoia. Ci sono deroghe, ci ripensi, se ne può parlare, ci si accorda. Le donne invece sono svizzere: il loro nobasta è definitivo. Se ti abortiscono non torni mai più, sei fuori davvero. Niente ripensamenti, niente vie d'uscita laterali. Sì, l'ho trovato triste, sembra che non sia davvero con te. Quando gli parli lo capisci che è un po' lontano, che il Mario che vedi è velato, non è il SuperMario del calcetto, che parte da fondocampo, si gioca tutti e va a segnare. O quello che quando corre si sbafa i chilometri e non gli stai dietro neanche in bicicletta. Mi ha detto che pensava di conoscere Simona, di conoscere solo lei e nessun'altra. Che adesso non sa spiegarsi come mai la sua ragazza di sempre, di quando avevamo quindici anni, capisci? quindici anni, sia diventata diversa, imprevedibile, nuova, come quando piove e c'è il sole, che non sai dire se è nuova la pioggia, perchè non te l'aspettavi, o se è nuovo il sole perché c'è nonostante tutto. Mi ha detto che Simona è diventata all'improvviso acquadisole, ancora più bella, imprevedibile, nuova. Lei era cresciuta, invece lui i quindici anni li ha trattenuti con tutte le sue forze, sa che è quello il suo errore. Mi ha detto che proprio per quello ha sbagliato direzione, come quando a quindici anni ci eravamo perduti, quando eravamo alla gita. Pensavamo che tutte le città fossero uguali, che cambiasse solo la forma delle case. Ora sa che non cambia solo la forma. Lo ha capito, ma questo non me l'ha saputo spiegare, quando ha visto Simona con un altro. Si è sentito vecchio, con la sua cravatta sempre troppo stretta, mentre lei era nuova, diversa, donna. Nuova come il sole nell'acqua e l'acqua di sole.

lunedì 25 gennaio 2010

Donnalucata, luglio 1943


Comincia oggi la pubblicazione quotidiana dei racconti suggeriti da un'immagine: il tema da trattare liberamente, ed entro trenta righe, è stato stuzzicato da un'illustrazione già disegnata e nient'altro. La sfida non era affatto facile, ma Eluz, Fara, Pirsimona, Salvatore, Tanus e Yorick, dopo la bellissima prova della fiaba plurima de "La Giacca rossa del topo scatenato", hanno vinto anche questa scommessa.

di Salvatore

Sentiva il sangue pulsargli alla tempia, il fiato era grosso, era ancora bagnato, le due ore trascorse fra gli scogli dopo la nuotata, nonostante la notte calda, non erano bastate ad asciugarsi.
Il paracadute si era arenato verso levante, la corrente l'aveva portato a riva e adesso si vedeva ancora gonfiarsi fra mare e scogli bassi dove era riuscito ad arrivare dopo qualche centinaio di metri di nuoto. Non si vedeva nessuno eppure i suoi contatti avrebbero dovuto esserci, come si chiamava? Don Nittu. Se non lo trovava come si sarebbe organizzato? Ma perché l'avevano mandato lì, la sua famiglia era di Agrigento, qui non conosceva nessuno, era troppo a sud, il suo siciliano era arrugginito, era quello che si parlava in casa, ma lui era nato a Brooklyn e non c'entrava niente con questa guerra, lo faceva per la famiglia, ma non voleva rimetterci la pelle perché i suoi potessero fare il loro comodo, comunque la casermetta sul mare era vuota, si era spaventato a vedere spuntare dalle feritoie due cannoni, ma poi assicuratosi che non ci fosse nessuno si rese conto che erano di legno, non c'era nessuno, anzi adesso verso levante ondeggiava una lucetta, cos'era? Un lume, rumore di gente che si muove, il paracadute non si vede più, forse è Don Nittu, aspettiamo mettiamoci dietro il muro.
No non è Don Nittu, questi sono in divisa, hanno dei fucili ridicoli, come quelli del cinema dei tempi di Wilson, addirittura con la baionetta, soldati italiani, allora qualcuno c'è. Silenzio, fermo, qua dietro non mi vedono, passeranno oltre, certo che rimetterci la pelle stasera sarebbe proprio scalogna, domani sbarcano e mi trovano qui morto, magari mi danno anche una medaglia alla memoria, merda chi se ne fotte!
Intanto nel drappello dei soldati Saro che si portava il paracadute appresso diceva a Totò, - spiramu ca nun lu truvamo all'americanu, talé ca chi stoffa fina cu chista ci fazzu u corredo a Ncilina -