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mercoledì 23 ottobre 2013
venerdì 11 ottobre 2013
Lampedusa
Con la sindaca di Lampedusa, Giusi Nicolini, stiamo parlando di un progetto di fumetti per l'Isola. Vi terrò aggiornati.
martedì 27 agosto 2013
Salvatore Altroquando
Domenica scorsa, dopo una lunga malattia affrontata con un coraggio da leone, se ne è andato Salvatore Rizzuto Adelfio, creatore e animatore di una fumetteria, Altroquando, che è stata punto di incontro e di riferimento per appassionati di comics e altri sogni. Era un intellettuale appartato, discreto. Non ho avuto modo di frequentarlo. Me ne rammarico. Chi lo ha conosciuto bene e ne era amico, ne ha parlato sempre come di una persona straordinaria.
sabato 17 agosto 2013
venerdì 16 agosto 2013
sabato 3 agosto 2013
Museo Fumetto Palermo
Qualche tempo fa il mio amico Marcello Benfante (scrittore, insegnante, saggista, esperto di fumetti, gialli, letteratura e tante altre cose), scrisse su Repubblica, che a Palermo il fumetto stava (e sta, n.d.r) esprimendosi in tutte le forme migliori: nuovi talenti e tante iniziative ne erano (e ne sono, n.d.r.) il segno evidente e inconfondibile. Raccontavano (e raccontano, n.d.r.) in ordine sparso, talvolta in modo organico, Palermo e non solo. Auspicava la creazione di un museo che potesse raccogliere le migliori esperienze. Ma non seguì nessuna iniziativa concreta: anzi non se ne parlò proprio. Forse non c'erano orecchie attente (e peccavano dello stesso deficit gli occhi e la mente). A me l'idea è sempre piaciuta. Tanto che ora la faccio mia e la rilancio. Ho scritto sulla mia pagina di Facebook, qualche giorno fa, che la mia idea di museo fumetto è dinamica, in progress e non prevede solo la sede dove ammirare le opere (questo, per me, è solo un aspetto, e per di più, marginale): è un museo sui generis, che ha un baricentro: Palermo. La narrazione di Palermo attraverso il medium visivo più popolare e meno dispendioso che esista: il fumetto, nella sua più ampia accezione. Fumetto in senso stretto, illustrazione, satira e tutti gli altri media che si collegano e si sposano con l'Arte sequenziale. Ma con un "limite" straordinario: Palermo. Da raccontare in modo alternativo e in modo originale. Speravo che i colleghi palermitani (mi riferisco ai disegnatori, agli sceneggiatori, agli esperti, agli appassionati, ma anche a quegli autori che hanno fatto di Palermo un punto di incontro e riferimento) mostrassero interesse, entusiasmo e passione per un progetto di tale sorta. Purtroppo il silenzio imbarazzante che è seguito mi porta a credere che l'idea è solo un sogno: da coltivare in solitudine, dunque destinato a finire nel cassetto dell'oblio. Le uniche risposte cariche di entusiasmo sono giunte dall'esterno: da Mauro Biani, tra i migliori talenti dell'oggi e dal Maestro Altan, che non ha bisogno di alcuna presentazione.
Fa troppo caldo per aggiungere altro. Lo farei solo se l'umidità mollasse un po'.
Aggiornamento: sulla pagina di facebook, per fortuna, giungono finalmente segnali incoraggianti. Condividono con entusiasmo l'idea del museo, Claudio Stassi, grande talento palermitano che lavora a Barcellona e che porterebbe in dote anche le opere ad hoc dei colleghi artisti iberici, e Lelio Bonaccorso, autore messinese, che sta affermandosi in Italia con un segno originalissimo. Ed ecco che arrivano gli apprezzamenti di Marco Rizzo, sceneggiatore ed editor trapanese, Giuseppe Lo Bocchiaro disegnatore palermitano dal tratto forte e incisivo. E altri ancora... Comincio a credere che l'idea presto prenderà il volo.
sabato 13 luglio 2013
Omuncoli che odiano i cani
L'altro giorno un signore dall'aspetto mediocre (un ometto tondeggiante, bassino e dalla faccia dickensiana) in compagnia del figliolo si è preso la briga di darmi suggerimenti e consigli non richiesti. Tornando da una trafelata passeggiata col cagnolo, un incontro indesiderato. Un bel meticcetto nero e miele si accorge della presenza di Miki. Comincia un roboante contenzioso con scambio di significativi e robusti abbai. Miki non è tipo da farsi pregare, e se provocato, dice la sua senza risparmiare il fiato. Sopraggiunge il disgraziato ometto di cui sopra. Si intromette inopinatamente: non avrebbe alcun motivo di esporsi in modo ostentato e mi fa: Se lo tiri. Cioé pensa che strattonando Miki e portandolo via dall'area in cui i due si insultano liberamente senza alcun pericolo fisico (entrambi i cagnoli sono al guinzaglio e ben trattenuti) la diatriba potrebbe estinguersi. Punto 1: mi chiedo perché l'omuncolo abbia sentito il bisogno di ammonirmi e di lasciare perdere l'altro proprietario. Punto 2: Non sa il disgraziato ometto che trascinando via il cagnolo, questo non smette certo di abbaiare con veemenza: anzi, se possibile, incrementa i decibel del proprio vocione per l'ovvia frustrazione di dover lasciare campo all'altro che invece resta a presidiare il territorio abbaiando come un forsennato. 3: Lo sgraziato ometto su cui madre natura ha infierito non poco, manda due segnali diseducativi: comunica al figlio (molto perplesso, incredulo che il proprio papà si stia esibendo in modo misero) il proprio disprezzo per i cani di cui mostra con evidenza imbarazzante di non capire un accidente e cerca di mostrare alla prole la sua improbabile e ridicola virilità. Non ho resistito e anch'io ho voluto comunicare al povero e sfortunato ragazzino un insegnamento che lo mettesse in guardia. Ho mandato affanculo il papino che, dopo aver balbettato con voce flebile il suo consiglio, è scappato via, infilandosi in un supermercato. Il figlioletto, sempre perplesso, mi ha guardato con ammirazione.
venerdì 12 luglio 2013
I Quattro G
Gibilrossa, luglio 1975. Reduci dalle fatiche degli esami di Stato, i quattro G, nome che affibbiai alla combriccola che riuniva Gaetano, Giovanni, Giuseppe (detto Pippo) e Gianni (il sottoscritto), decisero che era giunto il momento di festeggiare degnamente il conseguimento del diploma e tutto quello che il destino aveva già scritto per loro-noi. Il locale non era particolarmente attraente, ma era fresco e nessuno dei quattro aveva particolari esigenze se non quella di mangiare una buona pizza e bere un'ottima birra gelata. A parte le chiacchiere filosofiche che finivano per parare sulla bellezza degli occhi delle ragazze (Giovanni detestava che non chiamassimo col proprio nome quanto più si desiderava: sì, gli occhi erano lo specchio dell'anima, ma non erano esattamente le parti anatomiche di cui si discuteva con prosaico desiderio) si procedeva allegramente tra alti filosofici e bassi anatomici che chiamerei generosamente e tout-court, eros. La pizza era discreta, o mangiabile, come si diceva allora. Eravamo decisamente tutti e quattro di bocca buona. La birra andò giù piacevolmente e presto chiedemmo al cameriere segaligno e un po' indispettito dalla nostra vivacità carica di risate scroscianti un bis di bionda ben fredda . Giunse il momento più significativo: quello del brindisi con frasi magniloquenti e occhi lucidi (più per le risate che per la commozione). Alzammo i boccali e all'unisono li scagliammo in una memorabile esplosione non programmata, non ordita neppure minimamente. Birra e vetraglia ovunque e risate fino a piangere. E le urla del cameriere disgraziato e segaligno di cui ricordo solo una frase ridicola: sono stato giovane anch'io. Ma quando mai, non poteva essere giovane come noi. Noi eravamo belli e pimpanti, gli occhi delle ragazze erano lì ad aspettarci con grande impazienza. Fu un brindisi alla vita.
venerdì 5 luglio 2013
venerdì 21 giugno 2013
Il gelato e la nonna
Quando ero bambino, ma proprio bambino-bambino, dunque moltissimi lustri fa, il gelato era rigorosamente al limone: dapprima fu il cono, ma poi feci la meravigliosa scoperta del panino: la brioche, che veniva chiamata se andava bene "brioscia", ma nella maggior parte dei casi "broscia", era un surrogato effeminato per palati delicati e in definitiva poco raffinati. Il gelato si mangiava e si leccava con un buon panino. Dopo il limone feci la conoscenza del gelato al caffè: con la caffeina avevo una discreta confidenza per via di certe bevutine che facevo in compagnia di una nonna piuttosto trasgressiva. Mi versava un terzo del suo caffè sul piattino. E non so come (così narrano le cronache) non ne versavo manco una goccia per terra. Per premio poi giocavamo, la nonna ed io, allo schiaffo. Ci mettevamo davanti alla finestra (abitavamo al primo piano) e cercavamo di indovinare il colore della macchina che sopraggiungeva: ne passavano, allora, con cadenza ritmica, una ogni cinque minuti. Quando indovinavo io, mollavo certi ceffoni che la nonna quasi barcollava: quando raramente azzeccava lei, mi lisciava con una carezza. Dopo le fatiche del gioco, il gelato. Da "Baddarà", una "dolceria" dietro l'angolo. Il sapore di quel limone non potrò mai più ritrovarlo non perché non ce ne siano di più buoni, ma perché ho cinquant'anni di più.
venerdì 7 giugno 2013
La grandezza del Boss
domenica 2 giugno 2013
Franco Scaldati
Quando nella primavera del 2004 chiesi a Scaldati di partecipare al progetto "Scorci e squarci" il grande Maestro non si fece pregare un solo attimo: aderì coll'entusiasmo di un neofita. Il progetto consisteva nell'illustrare con un testo un mio dipinto. Franco scelse "Per i tetti e sotto". Un giorno venne a casa mia, tre piani impegnativi: arrivò col fiatone e io mi sentì in colpa, accettò solo un bicchiere d'acqua. Tirò fuori dalla tasca della giacca il suo testo, tenero e intenso, era scritto a mano, biro blu, su un foglio a quadretti. Era grande anche in questo.
(Il disegno è in prima sull'edizione palermitana di Repubblica di oggi).
venerdì 10 maggio 2013
Miki ed io a spasso nel Marais
La frase pronunciata con enfasi sarcastica ("Ti vedrei bene con il tuo cagnolino per le strade di Parigi") dal primo addestratore capitato più per improvvisazione ed ignoranza (per caso) avrebbe dovuto mettermi sull'avviso: avrei dovuto salutarlo lì, su due piedi, e dirgli: ok, vado a Parigi, tu invece resta qui a fare il coercitivo ottuso per persone limitate che dei loro cani non hanno capitato un emerito cavolo. In realtà, se Palermo non fosse il disastro che è, sarebbe bello portare a spasso Miki come se ci si trovasse nel Marais o nel quartiere latino. Il coercitivo dalla quantità di neuroni limitati si riferiva al fatto che dal mio cagnolino non pretendevo cieca obbedienza ma complicità, amicizia, empatia, simpatia, fratellanza: sentimenti forti che un addestratore di retaggio pseudo-nazista non potrebbe capire neppure sotto tortura. Che il coercitivo fosse un tipo modesto e buono solo per ammansire dobermann e cani da combattimento irrequieti lo avrei dovuto capire dopo qualche minuto, la prima volta che lo incontrai in compagnia della mia adorata creatura. Testò Miki con un paio di pugnetti sul musetto (ahi) e un paio di pacche robuste sul costato (ahi). Miki si rattrappì, ebbe timore di ricevere un altro trattamento poco affettuoso e si mise buono, seduto, rassegnato. Ma quando fu provocato nuovamente e gli fu chiesto di obbedire ad altre assurdità, cercò di ribellarsi. Allora il coercitivo ottuso lo strattonò: Miki trovò il modo per non assecondare quella forma di violenza e riuscì a liberarsi della pettorina lasciando il tipetto con il guinzaglio in mano. Si mise a correre, io terrorizzato che potesse fuggire (chissà dove, sicuramente lontano dal tipetto) cercai di acchiapparlo inseguendolo. Miki, per puro gioco, si avviò, dribblandomi e lasciandomi a bocca aperta, nei pressi di un molosso vicino al suo proprietario. Il coercitivo urlando e correndo disse al padrone del pitt-bull di prendere il suo molosso e di mollare un calcio a Miki (sic!). Per fortuna non fu necessario ricorrere alla pratica selvaggia. Fui rimproverato di aver rincorso il mio cane. Io ero ignorante che più ignorante non si poteva. Ma lui si era fatto scappare il piccolo e tenero Miki: segnale evidente della sua gravissima incompetenza. Avrei dovuto mandarlo al diavolo in quella circostanza. Non lo mandai a quel paese neppure quando mi "vide" a Parigi. Ma alla seduta numero 17 lo mollai: finalmente mi era chiaro che non avevamo imparato nulla, Miki ed io: anzi, che il nostro rapporto si era complicato e che il signor coercitivo era, per entrambi, un inutile e dannoso interlocutore (sordo ed autistico). Poi, per fortuna, incontrai la scuola gentile. E la storia è cambiata di centoottanta gradi.
giovedì 9 maggio 2013
domenica 5 maggio 2013
Educare il cagnolino (non addestrarlo)
Sfiorare la lite parlando di Cesar Millan: non che io ci tenga particolarmente a nominare questo "signore" coercitivo impenitente, ma qualcuno che non ha cani e si avventura in perniciose trasmissioni televisive pseudo-cinofile affidate al già troppe volte menzionato capobranco (capobranco di se medesimo), quando mi vede in compagnia di Miki, ritiene di gratificarmi dicendomi che se il mio cagnolino è educato lo devo sicuramente a quel tipo che d'ora in poi non nominerò più e il cui libro capitato incautamente a casa mia prenderà fuoco in omaggio al mitico Pepe Carvalho (il bel personaggio del compianto Vasquez Montalban: Pepe quando doveva prepararsi una cena coi fiocchi prendeva un libro dalla sua ricchissima biblioteca e lo dava alle fiamme per una bella carbonella propiziatrice) e in sfregio ai nazisti che ottant'anni fa anni fa inventarono l'addestramento e che oggi non si può più sostenere perché nel frattempo la guerra è finita, ci sono stati il 68, la rivoluzione sessuale, i radicali liberi, l'11 settembre, la crisi dell'Europa, due papi in contemporanea e un comico che in combutta con un capocomico hanno messo sotto scacco l'Italia... Se Miki è "educato" (e di strada da farne in tal senso ce n'è ancora parecchia) lo devo ad un lavoro quotidiano e anche un po' faticoso ma enormemente gratificante: e grazie anche alle dritte di un educatore gentilista (che non vuol dire molle e tenerone: significa molto semplicemente che cerca di instaurare un rapporto empatico col cane: assecondandone bisogni e correggendo quegli atteggiamenti sgradevoli che rendono la vita del proprietario e del cane medesimo, un mezzo incubo) che non ringrazierò mai abbastanza.
sabato 4 maggio 2013
Passione inestinguibile
Continuo a far satira perché mi appassiona ancora, dopo trent'anni senza pause, dovermi spaccare la schiena e spremere le meningi per trovare una battuta da disegnare: ma è di gran lunga più gratificante e divertente non versare una sola stilla di sudore quando si ha il culo micidiale di incontrare la battuta per caso: in genere è la battuta che viene a trovarti depositandosi comodamente tra le sinapsi. Ma c'è di più: è il non avere numi da proteggere la molla che fa scattare neuroni e matita. E' il potere (o il "potere") l'adrenalina indispensabile per mettere in moto la chimica misteriosa della satura lanx. Oggi non è solo il potere l'oggetto da "abbattere": c'è anche la concorrenza sleale e spesso dozzinale del web che devi contrastare. E sei costretto anche a dimostrare che c'è satira e satira. Insomma, vado somigliando sempre più a quell'omino che spesso ho disegnato appeso precariamente al filo: spera di non cadere. Lo spero anch'io.
giovedì 25 aprile 2013
giovedì 31 gennaio 2013
Picasso, Matisse e Modigliani
Picasso è stato senza dubbio il più grande: favorito anche da una formidabile longevità (riferita sia alla sua vita biologica che a quella artistica). Ma fu un grande pirata: saccheggiò il sacchegiabile che rese sempre geniale, e unico nella sua revisione e "correzione". E tuttavia fu schiavo di un cubismo insincero, cupo, antiestetico, manierato, ossequioso. Solo quando si liberò dalle aride spigolosità del concetto-cubo, ritrovò la vena del bambino capriccioso che sempre abitava la sua anima irrequieta, egoista e patologicamente narcisista. Nel duello cromatico con Matisse perse clamorosamente: e se Picasso è ricordato per tutto quello che ha fatto (proprio tutto) Matisse lo batté sul versante meramente pittorico: il colore, la luce. Se Modigliani avesse avuto la fortuna di sopravvivere alle sue fragilità e alla sfortuna innata nei maledetti, Picasso avrebbe avuto un altro concorrente da tenere a bada: ma Modigliani in fatto di anima, sensualità e sentimenti non aveva eguali e avrebbe vinto sul genio dei geni.
mercoledì 26 dicembre 2012
domenica 23 dicembre 2012
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