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venerdì 25 giugno 2010

Sembra ieri


Racconto di Fara
Foto di Gigliola Siragusa

Avevo 7-8 anni non di più e in campagna, da mio nonno, veniva una famiglia, padre madre e una decina di figli. Non saprei dire quanti anni avessero. L’unica cosa che capivo è che erano poveri. E i poveri non hanno età. Venivano per raccogliere le mandorle e per sgusciarle. Li trovavo al lavoro a mezza mattina, quando mi alzavo. I bambini e la madre seduti sotto il banano che sgusciavano le mandorle e il padre e i figli più grandicelli che raccoglievano e versavano i canestri nel mucchio.
A mezzogiorno mia nonna preparava una “quararata” di pasta con sugo e tanto olio “mi raccumannu, mettici ogghiu assai” diceva mio nonno, un fiasco di vino e una forma di pane tondo grande come una ruota di carretto. Acqua no, bevevano “a cannolo” l’acqua del pozzo.
Mangiavano e ricominciavano a raccogliere e sgusciare mandorle. Al tramonto mio nonno chiamava il padre famiglia e gli dava qualche lira. "Voscienza binirica" diceva rinculando...
Sarebbero tornati l’indomani.
Forse è per questo che crescendo sono diventata "di sinistra".
Ecco, a me pare che Marchionne, Marcegaglia e anche qualche vicino di casa divenuto nel frattempo "padroncino" vogliamo ritornare ad avere questo tipo di lavoratori: "servi riconoscenti".

martedì 16 febbraio 2010

FotoRacconto - La mia seconda casa


Foto di Paolo Beccari, Testo di Eluz

Che ci posso fare io, eh?
Ho quarantasette anni, ma pare che ne abbia settanta. Due mesi fa mi hanno licenziato. E' stata una scenetta lunga: prima la cassa integrazione, poi le minacce, le promesse, gli scioperi e alla fine la chiusura della fabbrica. Che ci posso fare io?
Sono su questa strada che da un mese è la mia seconda casa, per chiedere l'elemosina alla gente che ha ancora il coraggio di guardare.
Mi pare di somigliare sempre di più al muro alle mie spalle. Grigio. Con la faccia spaccata dal vento e dalla pioggia invisibile.
Quasi nessuno ci guarda più. Quelli che passano tengono gli occhi fissi davanti a loro. Non li abbassano per paura di inciampare sul mio sguardo, o sulle mie scarpe malandate.
Ma che ci posso fare io?
Ieri una bambina mi ha regalato un panettone. Sicuro gli è avanzato dal Natale. Mi pare ancora buono. Io l'ho ringraziata quasi in lacrime, commosso dall'innocenza dei suoi occhi.
Stasera lo porterò a casa e avremo ancora un motivo per sorridere insieme.

lunedì 15 febbraio 2010

FotoRacconto - Nonno Andrea


Foto di Paolo Beccari, Testo di Tanus

Nonno Andrea cala a Palermo due volte l'anno. Vive a Roma da secoli. Prende l'aereo del venerdì. Papà lo va a prendere all'aeroporto e viene a dormire da noi. E' un nonno sprint, viaggia con un trolley ed uno zainetto sulle spalle. E' il suo zainetto dei ricordi. Lo vedo arrivare con lo zainetto sempre vuoto, solo una foto dentro, quella della nonna che non c'è più.
-Nonno... ma il tuo zainetto è vuoto, perché lo porti appresso- gli dissi una volta. E lui, con la sua voce roca di alfa senza filtro -Vedi, caro nipote, io vivo a Roma. Non ho ricordi lì da portarmi appresso. Ho solo la nonna, che è sempre qui nel mio cuore. Porto quella foto solo perché sia lei a ricordarsi di me. Ogni tanto la guardo, ma in realtà sono io che mi faccio guardare dai suoi occhi neri e pizzuti. Perché lei mi ricordi ancora quando la raggiungerò-.
Io lo guardo stupito. Stupito di tanto amore e tanta dolcezza.
La domenica mattina la passiamo al mercatino di piazza Marina, lo zainetto sulle mie spalle. Lui osserva, soppesa, ciara, contratta. Cerca ricordi, ricordi di gente della sua terra, di gente del suo tempo. Passeggiamo tra le bancarelle e racconta, incessantemente. Un oggetto è un vecchio ricordo, una foto invece un vecchio amico oppure un luogo dimenticato. L'ultima volta si ricordò della sua prima comunione, complice un orologetto da poche lire. Lo comprò insieme ad un servizio da toilette da donna in argento, che gli ricordava sua madre. Mise tutto, accuratamente avvolto in carta da giornale, dentro lo zainetto.
Mio nonno, quando riparte, ha sempre lo zainetto pieno di ricordi. E' fatto così, dice che gli servono per tirare avanti qualche mese senza la sua Sicilia.
Una volta gli chiesi quale era il ricordo più importante - a parte la nonna - dentro il suo zainetto.
-Quando arrivo a casa ed apro lo zainetto, il ricordo più importante è la domenica passata con te. Passata a cercare scuse per raccontarti i miei ricordi, per essere parte della tua vita. Solo perché tu mi possa guardare e domani, passando per un mercatino e vedendo un vecchio oggetto senza valore, possa ricordarti dei tuoi nonni parlandone a tuo figlio-.

domenica 14 febbraio 2010

FotoRacconto - La panchina


Foto di Paolo Beccari, Testo di Salvatore

- Tu dici che la nonna l'ha capito, sembra così serena? - sussurrava Giovanni al padre. Il padre allargò le mani e alzò gli occhi al cielo, si girò verso la madre e le sorrise.
La signora Lina si accorse del sorriso, ma continuò a parlare con la moglie del nipote.
- Mi raccomando, i centrini del salotto li ho promessi all'Adalgisa, daglieli, per quanto riguarda il resto non mi importa di nulla, fatene quel che volete, ma il comoncino, sai, quello che tengo nella mia camera da letto, mi piacerebbe che lo tenessi tu. -
- Ma cosa dici nonna, è solo per un mese, fra un mese torni a casa e facciamo una bella festa, con tutti i parenti. -
- Dici? Io non ci credo e ti confesso che tutta questa voglia di ritornare a casa non ce l'ho, sai, nella vita ci sono delle tappe, ognuna è diversa, è meglio chiudere la precedente quando si apre la nuova, e sai che ti dico? Le novità non mi sono mai dispiaciute. Bene, adesso andiamo. -
E la signora Lina si alzò dalla panchina cercando di stare ben dritta, -andiamo- ripeté.

sabato 13 febbraio 2010

FotoRacconto - Il rabbino Saul


Foto di Paolo Beccari, Testo di Pirsimona

Era stata una giornata intensa per il rabbino Saul. Quel giorno all'interno della sinagoga aveva officiato la cerimonia della semikhà, l'investitura tramite cui aveva designato il suo successore. Tale cerimonia era necessaria affinché il nuovo rabbino, suo nipote Geremia, potesse esercitare la funzione di capo riconosciuto della comunità ebraica. Era fiero di avere potuto investire il nipote di quell'incarico e per questo aveva lavorato sull'insegnamento del ragazzo fin da quando Geremia era un bambino. Allo stesso tempo però Saul non riusciva a liberarsi dall'inquietudine che lo turbava: essere un rabbino non era un ruolo facile in un momento di contrasti religiosi come quello che stavano vivendo, e inoltre i rapporti tra loro e le comunità cristiane non erano mai privi di tensioni e incomprensioni. Sperava che Geremia avesse raggiunto una forza morale adeguata alle prove che avrebbe dovuto affrontare giorno per giorno e si augurava che tenesse sempre a mente i suoi insegnamenti sul rispetto della creazione, degli altri uomini e del rapporto con Dio.

venerdì 12 febbraio 2010

FotoRacconto - Emigranti


Foto di Paolo Beccari, Testo di Fara

E' proprio una brava persona ziu Cicciu - pensa Abubakir nella sua lingua, mentre lo ascolta. Ziu Cicciu scendeva quasi ogni mattina a fare la passeggiatina e sempre si fermava a parlare un po' con lui che passava la giornata a guardia del suo mercatino personale. Gli raccontava di Petrosino, ammazzato dalla mafia proprio lì, della Vicaria che c'era una volta lì vicino, ma soprattutto ziu Cicciu gli raccontava di quando lavorava in Nigeria, con l'ENI come operaio. Aveva fatto l'emigrante pure lui e gli piaceva parlare dell'Africa con Abuba.
Una cosa ad Abuba dispiaceva. Ziu Cicciu non gli aveva mai stretto la mano.

giovedì 11 febbraio 2010

FotoRacconto - Gente di mare


Una nuova rubrica: una foto di Paolo Beccari, grande talento fotografico, raccontata in poche righe dagli scrittori de Il Sole e Le Nuvole. E' la volta di Yorick.

Foto di Paolo Beccari, Testo di Yorick

"E' che sono gente di montagna. Muntagnisi", ridacchiava lo zio Vincenzo guardando cosa si erano avventurati a ordinare due turisti tedeschi, seduti al tavolino del bar davanti al porto. Birra e cappuccino insieme. Non è che li prendesse in giro, anzi, gli piaceva scoprire che qualcuno la pensasse diversamente dai frequentatori abituali di quelle quattro strade. Glielo aveva insegnato il mare ad accettare qualsiasi idea degli altri, per quanto strana dovesse sembrare all'inizio. Due mesi prima si era sentito fratello di quei poveracci in barca sotto Lampedusa. I consigli che gli avevano dato per radio non gli erano piaciuti. Allora aveva spento tutto e aveva fatto di testa sua. "Gnaziè!", chiama. "Portami 'na birra puru a mia. Talè, fammi un cappuccinu". Solleva il cappello con due dita e saluta i suoi vicini: "Gutenabbent, cumpari me".