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martedì 4 giugno 2013

La grande bellezza del cinema

Chi pensa di andare a vedere "La grande bellezza" per assistere alla vivisezione di Roma e dei suoi intellettuali di sinistra in putrescenza, va incontro ad una sicura delusione. L'ultimo film di Sorrentino è un film d'arte che usa la capitale come macro-set per raccontare per visioni e suggestioni il viaggio al termine della notte (una notte lunga circa quarant'anni) di un vivace e pigro polemista, ex scrittore, che vive di drink e di incontri facili. E' il brogliaccio splendidamente (non) raccontato di un Sorrentino sempre più visionario che cita Fellini, Kubrick, Scola, e che da "This must be the place" ha intrapreso un percorso artistico-narrativo originale e poco popolare. L'attore-feticcio di Paolo Sorrentino, Toni Servillo, di cui si è detto tutto il bene possibile si supera ancora, se possibile (ma è solo un altro step, perché nei prossimi film sarà ancora più bravo e non sarà più possibile, presto, paragonarlo ad altri attori italiani: è lui il più bravo in assoluto). Sabrina Ferilli finalmente recita e bene: occorreva un ruolo alla Giovanna Ralli (quella di C'eravamo tanto amati di Scola) per rivalutarla degnamente. Il tempo perduto da recuperare con un nuovo romanzo, l'amore della gioventù vero o sognato e la vecchiaia, portatrice di magica e mistica saggezza. Non è un Sorrentino alla portata di tutti i palati. Ma La grande bellezza è certamente un film sontuoso e visionario che lo consacra come miglior regista italiano.

giovedì 14 febbraio 2013

Viva la libertà

"Viva la libertà" di Roberto Andò è talmente bello che non pare neppure un film italiano. Profondo e appassionato ma con la grazia del tocco leggero. Stupisce la leggiadria mai frivola con cui il regista palermitano dirige Toni Servillo, alla sua ennesima splendida prova che lo consacra attore di statura internazionale, Valerio Manstandrea che non sbaglia un colpo, misurato e ironico paragonabile al brillante Billy Cristal di "Harry ti presento Sally" e una meravigliosa Valeria Bruni Tedeschi, attrice sottovalutata dal miope cinema italiano, che sarebbe piaciuta a Truffaut. Ed è la bellezza della politica il baricentro narrativo del film. Un film in cui tutto filosoficamente diviene e si trasforma. La libertà a cui allude il titolo riguarda soprattutto il libero arbitrio: quello che consente la fuga dalle istituzioni e dalla palude degli affari loschi per ritrovare se stessi. Capaci poi di tornare per cambiare la politica. L'utopia della politica bella: che potrebbe essere tale, se solo si volesse. Un'utopia che in realtà è solo un sogno, un grande sogno, realizzabile. C'è un momento in cui un iconico Berlinguer ingigantisce lo schermo e c'è un omaggio appassionato e commosso a Fellini in questo film che non sembra italiano ma che è italianissimo: un film che lascia il segno.

mercoledì 9 gennaio 2013

Povero cinema italiano

I registi mucciniani (i troppi epigoni di Muccino) che continuano a confezionare storie di cinguettii amorosi dovrebbero trovarsi un'altra occupazione: meno dannosa per il cinema italiano. Questa pornografia dei sentimenti che verrebbe spacciata come realtà e fotografia esistenziale dei trenta-quarantenni, adolescenti a vita, è una sbobba non più digeribile (e mai lo è stata). Ma ci avete fatto caso? Parlano tutti sussurrando velocemente e facendo il verso a Isabella Ferrari o a Laura Morante, a seconda se il copione prevede la donna tragico-esistenziale (che paio di palle) o quella nevrotico-isterica (che doppio paio di palle): ma che rottura di gonadi, basta! E pure i maschi così effeminati, con le pettinature ridicole e la camicia fuori dai pantaloni e che in recitazione valgono poco più di zero, con quella parlatina soffiata e depressa, infinocchiano lo spettatore assuefatto (e purtroppo ancora sprovveduto) ad ogni brodaglia. Se poi guardo il mio orizzonte, vedo la solta cartolina truce della mafia di maniera con la commissaria che sussurra minchiate e alla prima occasione si smutanda con il capo della Cia a Palermo. Tutto con quella parlata palermitana dicotomica: un po' cinemese (non palermitana e non catanese: del tutto reinventata, irritante fino all'urlo di Munch) e un po' slang strettissimo (appannaggio dei piccoli numi del cinema locale che di tanto in tanto si sdogana per andare a far visita alle multi-sale settentrionali): improponibile e involontariamente caricaturale: e che cazzo, basta! E poi gli epigoni del cinema del dopo-bomba, quello degli straccioni sottoproletari: quel cinema sa farlo solo Franco Maresco e imitarlo è perlomeno ridicolo e involontariamente grottesco. Piantatela con la lirica prosaica degli sdentati che puzzano di fame: non li conoscete. E se esistono ancora, hanno la parabola satellitare e lo smartphone.

domenica 7 ottobre 2012

E' stato il reality

"E' stato il figlio" e "Reality" due film originali, anche belli. Accomunati dal tema antropologico della dissociazione psichica di fronte al desiderio pseudo-esaudito o da esaudire con urgenza, con impellenza non più procrastinabile. Il primo, quello di Ciprì, soffre nella prima parte nell'entrare a pieno regime: l'ingranaggio è lento, forse più di quanto richieda la narrazione. Indugia eccessivamente in una serie di quadretti lirico-prosaici. Poi, sciolte le briglie nella seconda parte, il film si dispiega con grande potenza e con una drammaturgia piena e vigorosa, per giungere ad un finale shakespeariano di grande visionarietà. Il film è penalizzato, a mio avviso, dalla mancanza di equilibrio tra la star, Toni Servillo, e gli altri attori. Servillo è un campione di recitazione naturalistica (nella fattispecie, sposata ad un aplomb grottesco e ironico di portata eccezionale). Ma il grande attore, forse il più grande in attività in Italia, parla un palermitano surreale, mal masticato, e cozza con la naturalezza dello slang di attori come Raneli, Civiletti, Quattrocchi: in questo film, tutti di rara bravura. Il film di Garrone, invece, ha una compattezza mirabile, una continuità narrativa eccezionale, che patisce solo un paio di volte l'inserimento di spunti poetici troppo elaborati che rallentano eccessivamente il ritmo narrativo espressionista. Mi riferisco alla carrellata languida e sospesa all'interno del condominio: donne sovrappeso che si spogliano per andare a dormire, panzoni che consumano un'ultima fetta di anguria. E il finale psichedelico, troppo studiato, eccessivamente lirico. In compenso, il protagonista, Aniello Arena, è di bravura eccezionale. E il napoletano parlato da tutti gli altri non stenta mai a decollare: è napoletano stretto.

martedì 29 marzo 2011

Cinico TV al Jolly di Palermo (mercoledì 30 marzo)


Mercoledì 30 marzo • 21.00 - 23.30

Cinema Jolly
Via Domenico Costantino, 54
Palermo, Italy


INGRESSO LIBERO - INVITA I TUOI AMICI

Franco Maresco e Gian Luca Farinelli - direttore della Cineteca di Bologna- presentano il cofanetto (DVD + libretto) dedicato a Cinico Tv. Introduce Mario Bellone.


In occasione dell'evento sarà possibile acquistare il cofanetto ad un prezzo speciale.


CINICO TV
di Daniele Ciprì e Franco Maresco

1989-1992, VOLUME PRIMO

DVD + booklet (64 pp.)


Il ritorno del mitico programma di Raitre che ha rivoluzionato la televisione italiana.

In uscita il 31 marzo 2011 in tutte le librerie e in vendita on-line su:
http://cinestore.cinetecadibologna.it/bookshop/dettaglio/45

Il ritorno della serie più estrema e corrosiva, cupa ed esilarante, disfatta e disfattista, oltraggiosa e rigorosa della televisione italiana: il ritorno dell'indimenticata Cinico Tv. Le Edizioni Cineteca di Bologna ripropongono l'intera produzione cinica di Daniele Ciprì e Franco Maresco in due ‘volumi’: il primo dvd, in uscita il 31 marzo 2011, conterrà i filmati realizzati dal 1989 al 1992; il secondo, la cui uscita è prevista per la fine dell’anno, quelli realizzati dal 1993 al 1996. Quello di Ciprì e Maresco sull'Italia degli anni Novanta, decennio chiave di un mutamento culturale, è stato uno sguardo "abissale" (Enrico Ghezzi), una lunga panoramica impassibile e feroce, capace di fare ridere in un modo disturbante e nuovo. La serie andò in onda su RaiTre, per essere poi fatta circolare in frammenti, negli anni successivi, da Fuori orario e Blob. Serie amata o detestata, capace di muovere accese repulsioni e altrettanto accesi dibattiti intellettuali: sul trash, sull'estetica del brutto, sul postmoderno, il poststorico, la fine dell'umano.
Palermo, Italia: un bianco e nero ricercato e carico di nubi confligge con i corpi sbracati, con lo squallore di un universo popolato da personaggi borderline, ovvero oltre ogni limite del visibile ordinario. Era il mondo storto del ciclista Francesco Tirone, del petomane Giuseppe Paviglianiti, del cantante fallito Giovanni Lo Giudice, delle 'schifezze umane' Carlo e Pietro Giordano, dell'afasico uomo in mutande Miranda, dell'occhialuto Giuseppe Filangeri...
Nel degrado urbano e umano, in questa terra desolata, in questa smozzicata e cacofonica conversazione in Sicilia, la comicità era il primo gesto critico: "Non urlo o risata fragorosa: urli muti, subito troncati, senza eco, e risate a freddo. Comicità minima e iperbolica" (Ghezzi).
Il dvd ripropone una selezione degli episodi più memorabili, alcuni dei quali inediti. Nei contenuti extra, inoltre, sono presenti diverse testimonianze di artisti e uomini di cultura che hanno fatto di Cinico TV il loro programma di culto, tra cui Piero Chiambretti e Bruno Voglino.

CONTENUTI LIBRO:

Nel libro un’introduzione di Enrico Ghezzi, conversazioni con Daniele Ciprì e Franco Maresco, uno ‘storico’ testo di Alberto Farassino, interviste originali a Anna Manzo, Angelo Guglielmi e Goffredo Fofi, testimonianze di compagni di strada di Cinico Tv (Giuseppe Lo Bianco, Marcello Benfante, Silio Bozzi, Mario Bellone), un contributo di Emiliano Morreale, antologia critica e dizionario dei personaggi.


Daniele Ciprì e Franco Maresco, palermitani, sono registi, sceneggiatori, montatori e direttori della fotografia. Dopo una prima collaborazione ai programmi Blob, Fuori orario e Avanzi, dal 1990 portano su RaiTre la serie Cinico Tv. Nel 1995 dirigono il loro primo lungometraggio per il cinema, Lo zio di Brooklyn, cui seguono Totò che visse due volte (1998), caso esemplare di scontro (vincente) con la censura, quindi Il ritorno di Cagliostro (2003) e Come inguaiammo il cinema italiano (2004).

Edizioni Cineteca di Bologna per la Collana Il Cinema Ritrovato

venerdì 4 marzo 2011

Il Cinico Tv Ritrovato


Ieri lo splendido "Io sono Tony Scott" al Cine Jolly, oggi al Goethe-Institut presso i Cantieri della Zisa di Palermo seconda serata di Franco Maresco (con Franco Scaldati e Salvatore Bonafede) in un omaggio dedicato a Francesco Tirone, attore-personaggio simbolo del mondo di Ciprì e Maresco.

Intanto potete prenotare la vostra copia del primo imperdibile volume di Cinico TV.


Edizioni Cineteca di Bologna
Il Cinema Ritrovato




CINICO TV
di Daniele Ciprì e Franco Maresco

1989-1992, VOLUME PRIMO


DVD + booklet (64 pp.)
Euro 19,90
Isbn 978-88-95862-36-1



Il ritorno del mitico programma di Raitre che ha rivoluzionato la televisione italiana.


Dal 31 marzo 2011 nelle librerie e
in vendita on-line su: www.cinetecadibologna.it


Il ritorno della serie più estrema e corrosiva, cupa ed esilarante, disfatta e disfattista, oltraggiosa e rigorosa della
televisione italiana: il ritorno dell'indimenticata Cinico Tv. Le Edizioni Cineteca di Bologna ripropongono l'intera
produzione cinica di Daniele Ciprì e Franco Maresco in due ‘volumi’: il primo dvd, in uscita il 31 marzo 2011, conterrà i filmati realizzati dal 1989 al 1992; il secondo, la cui uscita è prevista per la fine dell’anno, quelli realizzati dal 1993
al 1996. Quello di Ciprì e Maresco sull'Italia degli anni Novanta, decennio chiave di un mutamento culturale, è stato
uno sguardo "abissale" (Enrico Ghezzi), una lunga panoramica impassibile e feroce, capace di fare ridere in un modo
disturbante e nuovo. La serie andò in onda su RaiTre, per essere poi fatta circolare in frammenti, negli anni
successivi, da Fuori orario e Blob. Serie amata o detestata, capace di muovere accese repulsioni e altrettanto accesi
dibattiti intellettuali: sul trash, sull'estetica del brutto, sul postmoderno, il poststorico, la fine dell'umano.
Palermo, Italia: un bianco e nero ricercato e carico di nubi confligge con i corpi sbracati, con lo squallore di un
universo popolato da personaggi borderline, ovvero oltre ogni limite del visibile ordinario. Era il mondo storto del
ciclista Francesco Tirone, del petomane Giuseppe Paviglianiti, del cantante fallito Giovanni Lo Giudice, delle 'schifezze umane' Carlo e Pietro Giordano, dell'afasico uomo in mutande Miranda, dell'occhialuto Giuseppe Filangeri...
Nel degrado urbano e umano, in questa terra desolata, in questa smozzicata e cacofonica conversazione in Sicilia, la
comicità era il primo gesto critico: "Non urlo o risata fragorosa: urli muti, subito troncati, senza eco, e risate a
freddo. Comicità minima e iperbolica" (Ghezzi).

Il dvd ripropone una selezione degli episodi più memorabili, alcuni dei quali inediti. Nei contenuti extra, inoltre, sono presenti diverse testimonianze di artisti e uomini di cultura che hanno fatto di Cinico TV il loro programma di culto, tra cui Piero Chiambretti e Bruno Voglino.

Contenuti libro
Nel libro: un’introduzione di Enrico Ghezzi, conversazioni con Daniele Ciprì e Franco Maresco, uno ‘storico’ testo di Alberto Farassino, interviste originali a Anna Manzo, Angelo Guglielmi e Goffredo Fofi, testimonianze di compagni di
strada di Cinico Tv (Giuseppe Lo Bianco, Marcello Benfante, Silio Bozzi, Mario Bellone), un contributo di Emiliano Morreale, antologia critica e dizionario dei personaggi.

Daniele Ciprì e Franco Maresco, palermitani, sono registi, sceneggiatori, montatori e direttori della fotografia. Dopo una prima collaborazione ai programmi Blob, Fuori orario e Avanzi, dal 1990 portano su RaiTre la serie Cinico Tv. Nel 1995 dirigono il loro primo lungometraggio per il cinema, Lo zio di Brooklyn, cui seguono Totò che visse due volte (1998), caso esemplare di scontro (vincente) con la censura, quindi Il ritorno di Cagliostro (2003) e Come inguaiammo il cinema italiano (2004).

giovedì 3 marzo 2011

Il Cinema, Il Jazz e Franco Maresco


Dopo l'anteprima europea al festival di Locarno, il film di Franco Maresco "Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz" giunge finalmente a Palermo nell'ambito di una tre giorni curata da Cinestudio di Mario Bellone e dal Goethe Intistut. Oggi al cinema Jolly (via D. Costantino, 54) verrà proiettato il documentario di Maresco, presente il regista, biglietto 5 euro.
I critici più autorevoli hanno parlato del film di Maresco in termini entusiastici, definendolo commovente, anzi il capolavoro della sua carriera. Io che conosco Franco, sono sicuro che condividerà ma solo in parte. Di capolavori ce ne saranno altri: non meno belli di questo appassionato omaggio al jazz. Oggi intanto godiamoci Io sono Tony Scott.

lunedì 28 febbraio 2011

I tre giorni del grande Maresco


Franco Maresco, Io e il Jazz
UNO SPETTACOLO IDEATO E DIRETTO DA FRANCO MARESCO
Programma
Giovedì 3 marzo • ore 21.00
Cinema Jolly - Via Domenico Costantino, 54 - Palermo
Ingresso Unico - Euro 5

IO SONO TONY SCOTT, OVVERO COME L'ITALIA FECE FUORI IL PIU' GRANDE CLARINETTISTA DEL JAZZ
Regia: Franco Maresco
Sceneggiatura: Franco Maresco e Claudia Uzzo
Direttore della fotografia: Alessandro Abate
Montaggio: Edoardo Morabito
Suono: Luca Bertolin
Produzione: Cinico Cinema con la partecipazione di Sicilia Film Commission e RAI Cinema
Italia 2010, b/n e colore, 128’

Presentazione a Palermo del documentario realizzato da Franco Maresco sul clarinettista jazz siculo-americano Tony Scott, già presentato al Festival di Locarno lo scorso anno.
Sarà presente il regista. Introduce Mario Bellone.

Il Goethe-Institut Palermo ha contribuito alla realizzazione del documentario offrendo la location per alcune interviste, come quella al musicologo Stefano Zenni, e organizzando un concerto del clarinettista tedesco Rolf Kühn, che aveva collaborato con Tony Scott. E la Germania è presente nel film e nella biografia del jazzista, nei materiali d’archivio della televisione tedesca che ha filmato Tony, eterno giramondo, in un grande concerto tenutosi al Jazz Festival di Berlino nel 1967.

Il film "Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del Jazz" è stato realizzato in un arco di tempo di tre anni. Racconta la vita del clarinettista siculo-americano Anthony Joseph Sciacca, divenuto alla fine degli anni '40 Tony Scott, il più grande clarinettista del jazz moderno. Ripercorrere la vicenda musicale e personale di Tony significa raccontare sessant'anni di jazz, di incontri umani e artistici incredibili, ma anche, nello stesso tempo, la storia americana della seconda metà del secolo scorso, con le sue battaglie per i diritti civili e umani, di cui Tony Scott fu uno dei principali e appassionati sostenitori. Al culmine del successo lascia l'America e va in Oriente, dove inventa la World-music. Il suo declino inizia quando si stabilisce in Italia negli anni '60. Muore nel 2007 in un Paese che non lo ha mai riconosciuto come il grande artista che era.
Note di regia: “Con Io sono Tony Scott ho voluto raccontare un uomo che non solo è stato un genio del jazz, ma ha anche incarnato ai miei occhi l’idea stessa di Artista. Tony è stato un artista come pochi, scevro da qualunque tipo di compromesso, che per la sua libertà è stato emarginato, soprattutto in Italia. Diceva a chiunque in faccia quello che pensava e sosteneva che la musica e i soldi non vanno d’accordo. Dove poteva arrivare uno così? Nel mio piccolo, fin dai tempi di Cinico Tv, ho sempre guardato, come modello, a questo tipo di artista”
(Franco Maresco)
Tratto da Cinico Tv volume primo 1989-1992 edito da Cineteca di Bologna.

Venerdì 4 marzo alle ore 21.00
Goethe-Institut Palermo - Sala Wenders
Cantieri Culturali alla Zisa – via Paolo Gili 4, Palermo
Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Franco Maresco, Io e il Jazz – Omaggio a Francesco Tirone
con Franco Maresco, Salvatore Bonafede e Franco Scaldati

Franco Maresco racconta la sua grande passione per il Jazz, iniziata da ragazzo e successivamente riportata nella sua opera cinematografica e televisiva. L’autore palermitano presenta e commenta nel corso della serata frammenti di cinico TV e di altri video realizzati nel corso degli anni in coppia con Daniele Ciprì. Ospiti di questo appuntamento saranno il pianista Salvatore Bonafede che accompagnerà l’attore e drammaturgo Franco Scaldati in un omaggio dedicato a Francesco Tirone, l’attore-personaggio simbolo del mondo di Ciprì e Maresco.

Sabato 05 marzo alle ore 21.00
Goethe-Institut Palermo - Sala Wenders
Cantieri Culturali alla Zisa – via Paolo Gili 4, Palermo
Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Franco Maresco, Io e il Jazz – La musica più comica del mondo
con Franco Maresco

Pochi sanno che Ciprì e Maresco hanno incominciato a lavorare insieme realizzando trasmissioni di jazz per una televisione palermitana che si chiamava (si chiama) TVM. Non percepivano uno stipendio vero e proprio, ma in cambio potevano disporre di attrezzature professionali per produrre i loro cortometraggi e, soprattutto, le prime strisce di Cinico tv, che di lì a poco sarebbe diventato uno dei programmi più originali e dissacranti della televisione italiana. Da allora il jazz è stato un elemento costante nella produzione televisiva e cinematografica di Ciprì e Maresco, e sono non pochi i documentari che i due autori palermitani hanno dedicato ad alcuni dei più grandi protagonisti di questa musica, come Louis Armstrong, Miles Davis e Duke Ellington. Nel 1996 realizzano “A memoria”, un mediometraggio muto pensato su misura per il leggendario sassofonista soprano Steve Lacy, il quale improvvisa sulle immagini del film. Una volta Ciprì e Maresco hanno detto: “Facciamo i film pensando al jazz, senza schemi precostituiti. Ci viene un’idea e la sviluppiamo improvvisando come se suonassimo in una jam session. Il nostro è un cinema jazzistico”.

L’iniziativa è curata da Cinestudio di Mario Bellone in collaborazione con il Goethe-Institut Palermo

domenica 21 novembre 2010

Noi credevamo (e ci crediamo ancora)


Roberto Alajmo mi ha chiesto tramite il suo blog di dire la mia sul film di Martone.

Andate a vedere "Noi credevamo" solo se siete animati da almeno tre argomenti forti. 1) Il Risorgimento; 2) Il Cinema; 3) Tre ore su una poltrona magari non comodissima (come è capitato a me) per amore del Cinema e del Risorgimento. Se non vi difetta alcuno dei requisiti, è fatta. Qualcuno l'ha paragonato, imboccando facili scorciatoie, a "Il Gattopardo", ma tra i due film, entrambi bellissimi, ci sono pochi punti di contatto. Ne "Il Gattopardo" è Fabrizio Salina che affascina e prende due terzi del capolavoro di Visconti. E più che il rigore storico dei tumulti risorgimentali, sono la fine di un'epoca e l'onestà intellettuale del Principe che costituiscono la sinossi del celebre film tratto dal long seller di Lampedusa. "Noi credevamo" racconta, invece, con grande forza, avvalendosi di una fotografia efficacissima (che cita finanche Renoir), mai calligrafica, e senza fronzoli, le inevitabili contraddizioni che esplodono alla vigilia dell'Unità d'Italia. Quelle contraddizioni che contrappongono ancora oggi, fuori tempo massimo e insopportabilmente, un nord "ricco" e reazionario, pronto ad allearsi (spesso è già colluso e corrotto) con la delinquenza organizzata (ma non disposto per meri motivi estetici ad ammetterlo neppure sotto tortura) e un sud che non ce la fa ad emanciparsi (soprattutto per propria mano) dalle proprie miserie. Il film è scritto, sceneggiato, interpretato e diretto magnificamente e la colonna sonora emoziona fino alle lacrime. Sono uscito dalla sala stordito, stanco, commosso, convinto che quel Primo Risorgimento fosse propedeutico per un altro necessario Risorgimento.

martedì 10 agosto 2010

Franco Maresco


Uno tra i più grandi registi europei e mio amico carissimo, Franco Maresco, torna alla grande con un film-documentario sul grande clarinettista di origine siciliana, Tony Scott. Presentato a Locarno in questi giorni. Spero di vederlo prestissimo.

venerdì 14 maggio 2010

Le recensioni emotive: Invictus


di Daniela Vaccaro


Proprio in questi giorni sto cercando di far leggere ai miei alunni un brano su Nelson Mandela. Un brano da libro delle scuole medie, che sintetizza in poche righe una vita fatta di 92 lunghi anni di lotte. Alcuni di loro si sono appassionati al racconto della storia di quest'uomo che per 27 anni è stato in galera e che poi, già anziano ma non domo, ha vinto il Nobel per la Pace ed è diventato presidente del suo Paese. Quello stesso paese che, per 27 anni, lo aveva tenuto su un'isola, condannato all'ergastolo e ai lavori forzati.
Invictus di Clint Eastwood narra la storia di Nelson Mandela, ma lo fa scegliendo un'angolazione speciale, un frammento rappresentativo: racconta infatti la storia vera del trionfo della nazionale di rugby ai Mondiali del '95. E tutto quello che sta dietro e davanti a questo trionfo.
Nelson Mandela non è il nome di Nelson Mandela. Questo nome glielo diedero i bianchi, a scuola. Allo stesso modo, il rugby, in Sudafrica, era lo sport dei bianchi e il verde-oro della squadra era il simbolo dell'apartheid. Eastwood racconta l'intuizione di Mandela, che capisce che - per unire un paese - è necessario rileggere i suoi simboli e saperli reinterpretare. Così, il rugby
diviene metafora di qualcos'altro - di più nobile, più grande, più complesso.
Diviene metafora della difficile eppure possibile riconciliazione tra le due
anime di un paese diviso.
Il film è appassionante, narrativamente efficace e immediato, come lo sport sa
essere. A Eastwood è riuscito il secondo miracolo sulla sottoscritta: mi aveva
già fatto vedere un film sul pugilato, adesso uno sul rugby. Il fatto è che il pugilato, la macchina sportiva, il rugby sono per Eastwood solo espedienti per raccontare gli uomini. E le circostanze che li rendono unici, ché la parola eroi mi fa venire l'orticaria. In Invictus, Mandela incontra il giovane capitano afrikaneer della squadra di rugby, ne vince la diffidenza e ne fa il suo alleato migliore: insieme costruiranno il Sudafrica.
Bisognerebbe farlo vedere, ai ragazzi. E magari anche a qualche nostro
giocatore nostrano, che ha il calcio o la provocazione facile. Chissà che non
possa imparare che lo sport dovrebbe unire e non dividere. Ma questa è un'altra storia. E con Nelson Mandela non c'entra proprio niente.

Torna a trovarci, in veste di critica cinematografica emozionata, Daniela. Che inaugura una nuova rubrica.

domenica 28 febbraio 2010

Invincibile


In un post di qualche tempo fa scrissi un elogio preventivo dell'ultimo film di Clint Eastwood. Era un pretesto per dire da questa sede che Eastwood è, in my opinion, il più grande regista vivente. Ieri ho visto "Invictus". E tutte le certezze e aspettative sono state pienamente confermate e soddisfatte. La grandezza di Clint consiste nel maneggiare ciò che in genere non conviene sfiorare nemmeno se non si conosce più che bene la materia. L'epica sportiva e la retorica dell'uomo reduce da trent'anni di carcere sono perlomeno materia ostica, scottante, da evitare accuratamente se non sai come si toccano i fili: in genere chi osa farlo resta fatalmente fulminato. Invece Clint tocca quello che gli pare e fulmina noi. Come sempre.

domenica 24 gennaio 2010

La prima cosa bella: anzi, bellissima


Quarant'anni di storia in due ore di incanto. In una Livorno che non si vede mai ma che ti pare di avere sempre visto, Paolo Virzì dirige con mano sicura e con grande tocco di classe il suo miglior film. Un film bellissimo, scritto bene, interpretato benissimo, che eleva il regista toscano (Virzì è il cognome del padre palermitano, trapiantato a Livorno) al rango del miglior Dino Risi, lo avvicina alla sapienza di Monicelli e lo accomuna allo stupore e alla grandezza di Vittorio De Sica. Naturalmente non dirò una sola parola che possa rivelare la trama: mi limiterò a dire che Micaela Ramazzotti è chiamata a recitare il personaggio che la Sandrelli interpreta nella maturità. E vi assicuro che oltre che bella e sensuale, questa giovane attrice, è bravissima . Poteva cadere nella facile e ovvia trappola della parodia nel recitare Stefania Sandrelli con i suoi tic e i suoi vezzi, e invece ci restituisce la grande attrice viareggina ancora più bella, sexy e fresca, se possibile. Valerio Mastandrea conferma il suo talento di attore tra i migliori in circolazione in Italia. La sua ironia malinconica è cosa rara, preziosa, e se non è grande e accattivante come Marcello Mastroianni, può sicuramente giocarsela con i migliori attori americani della sua generazione. Stefania Sandrelli, matura, leggerissima, ironica, è al top. Claudia Pandolfi, chiamata ad interpretare una donna difficile, non simpatica, si supera e fornisce una prova memorabile. Un film che racconta l'Italia e la provincia, i suoi inevitabili cambiamenti, la sua decadenza. Ma racconta anche la dolcezza del tempo che passa e non inutilmente. L'amore che esplode finalmente ma nel momento meno opportuno. Un film dove si ride e si piange in egual misura. Paolo Virzì ha girato il suo film più bello realizzando una commedia come non se ne vedevano da parecchi anni.

lunedì 18 gennaio 2010

Il più grande regista vivente


Non esiste film diretto da Clint Eastwood che abbia visto che non rientri tranquillamente nella categoria dei bei film, perlomeno. Ma sono in genere film bellissimi e molto spesso capolavori. Come stabilire, allora, una gerarchia di valori, una classifica? Per quel che mi riguarda è solo una questione di gusto. Se, per ipotesi, un neofita appassionato di cinema mi chiedesse quali lavori di Eastwood vedere immediatamente per farsi un'idea della grandezza del più grande regista vivente, suggerirei, di sicuro, due capolavori. "I ponti di Madison County", di rara bellezza melodrammatica, asciutta e densa. Il melodramma è un genere per definizione scivoloso. Anche il regista più bravo (e navigato) rischia di cadere rovinosamente almeno una volta nella pozza di lacrime che il genere comporta. A parte Almodovar, maestro di melodramma ma per cifra stilistica ed argomenti antitetici a quelli di Clint, nessuno tra i registi attivi può competere con Eastwood. Ne "I ponti di Madison County" Meryl Streep, che ancora oggi non ha rivali (la incalza ma ancora distante solo Kate Winslett), offre la sua migliore interpretazione: una performance sublime. E Eastwood, ruvido e tenerissimo, è al top del rigore dietro e davanti alla macchina da presa. L'altro è "Un mondo perfetto", film dal ritmo narrativo, appunto, perfetto. Che vede un Kevin Cosner ispirato e senza tentennamenti alla sua migliore interpretazione, una sceneggiatura ad orologeria, una regia impeccabile, magistrale. Un road movie intensissimo, indimenticabile, che ti prende a pugni lo stomaco e ti contorce l'anima fino alle lacrime. Un film dove il bene e il male si lambiscono ma il riscatto del malvivente purtroppo non ha modo di compiersi pienamente: una costante nei film di Eastwood. Interessato più alle contraddizioni della zona grigia che non alla contrapposizione manichea del bene e del male. E' questo fuoco che arde e divora che muove l'occhio implacabile e pieno di pietas di Clint, che, per puro vezzo, nelle rare interviste si dice qualunquista (e per pigrizia altrui viene ancora oggi considerato uomo di destra). Basta vedere solo qualche frammento di ogni suo film per prendere atto che più a sinistra c'è solo Ken Loach. Ma all'ipotetico giovane amico cinefilo come potrei tacere di andare a vedere anche e al più presto film come Honkytonk man, Bird, Gli spietati, Il cavaliere pallido, Mystic river, Million dollar baby, Changeling, Lettere da Iwo Jima, Gran Torino? Il mese prossimo arriverà in Italia "Invictus". E' bellissimo, anzi è un capolavoro, tra i più bei capolavori per l'esattezza. Non l'ho ancora visto: ma non ho dubbi. Clint for ever, a scatola chiusa.

domenica 20 dicembre 2009

Il mio amico Ken


Consiglio cinematografico: andate a vedere "Il mio amico Eric" di Ken Loach: è un film bellissimo, un altro preziosissimo tassello nella ricchissima filmografia di Ken Loach. Detesto le recensioni che raccontano la trama, dunque non darò troppe dritte, ci mancherebbe altro. Eric è un postino di una periferia inglese a cui vanno male tantissime cose... Potrebbe bastare per accendere la curiosità. Aggiungo solo: ha una passione smodata per un calciatore mitico quale Eric Cantona, tra i più grandi della storia del calcio. Ken Loach è stato definito l'ultimo dei comunisti. Forse lo è davvero. Sicuramente è un grandissimo regista che ha raggiunto la piena maturità. E non racconta più solo i drammi e le tragedie dei diseredati e del proletariato inglese (come lui nessuno): ora vira sempre più verso la commedia e i sentimenti. Senza alcun timore, con il tocco elegante e disincantato di chi sogna un mondo migliore restando con i piedi per terra.

domenica 13 dicembre 2009

Giochiamo al cinema



In un primo momento avevo pensato alla classifica dei film della vita, quelli che restano incisi nell'anima anche se li hai visti una sola volta: pietre miliari che si fissano indelebilmente nel cuore e nella mente. Ma il gioco che vi propongo, cari amici, è un po' diverso. Più terra-terra. E più ludico: la classifica dei cinque film che vedete (ma è più preciso dire: rivedete) volentieri senza impegnare necessariamente i massimi sistemi dei capolavori imprescindibili che fanno tremare i polsi (Kurosawa, Bunuel, Godard, Antonioni e compagnia geniale...). La materia del gioco è, per esempio, poter dire che nella top five uno include, chessò, "I magnifici sette" o un film di Verdone. Quei film che rivedi e rivedi e rivedi ancora per il semplice piacere di ripassarli e aspettare "quella scena" per cui vale la pena stare due ore davanti al monitor. Ma sarebbe interessante anche argomentare molto sinteticamente la scelta, altrimenti il giochino potrebbe risolversi in un rosario un po' stucchevole, poco divertente. Comincio io: al primo posto un film che è capolavoro assoluto ma che non mi inibisce nel rivederlo ancora senza limiti: devo dire che l'ho già visto circa venti volte, ma non sono del tutto soddisfatto. C'è ancora molto da capire e da scoprire: "Arancia meccanica". E' il cinema, in ogni suo frame, in ogni singolo fotogramma. Un concentrato di genio irripetibile. 2: "I tre giorni del condor". Un thriller perfetto (ma non di una perfezione accademica). Perfetto nella scrittura (geniale la trovata del regista di dimezzare la durata delle vicissitudini del protagonista che nel romanzo erano lunghe sei giorni). Un Pollack mai così ispirato, un Redford al massimo delle sue capacità attoriali, una Duneway mai così affascinante, un film che ti lascia col fiato sospeso dall'inizo alla fine. 3: "Intrigo internazionale". Il film più completo del Maestro Hitchcock: divertimento allo stato puro nella miscela più riuscita di tutti i registri possibili: ironia (a iosa), eros sottile (Hitchcock non ha mai sbagliato una scena d'amore, mai), brivido (ci mancherebbe altro), azione (colpi di scena illimitati) e un Cary Grant che tocca vette sopra le quali è impossibile giungere. 4: "L'ultimo" dei Mohicani" (nella più recente versione, quella con Daniel Day-Lewis): gli scontri violentissimi tra uroni e inglesi sono memorabili (roba da storia del cinema), avventura, eros, le corse sfrenate dei tre mohicani, i cattivi, i buoni, le zone grigie, il lieto fine funestato da terribili colpi di scena. Una colonna sonora fantastica: struggente, adrenalinica, perfetta. 5: è un pari merito: "Harry, ti presento Sally" e Sideways": il primo perché non c'è commedia recente più riuscita, nella scrittura e nella resa cinematografica, un Billy Crystall mai così bravo, sornione, tenero, cinico e ironico. Una Meg Ryan che non ha più girato film belli come questo e la famosa scena dell'orgasmo simulato: lì, ai più, sfugge la mimica esilarante dell'imbarazzato Crystall. Il secondo è una pacchia per chi ama il vino, l'eros sottile e le storie di amicizia on the road. Un Paul Giamatti formidabile, una commedia tenera ed etilica. Un film di formazione.
E ora tocca a voi.