
di Giovanni Yorick Piazza
Leggendo Non esiste saggezza ho pensato che è bello raccontare o ascoltare storie. A un certo punto Carofiglio fa citare a Tex Willer la teoria sulla “willing suspension of disbelief” di Coleridge: la volontaria sospensione dell’incredulità di chi ascolta e fa finta che in quella storia tutto sia possibile. Ho pensato che devo avere una soglia bassa, perché tutte le storie mi sono sembrate vere. Anche l’unica che racconta un evento incredibile mi è sembrata reale. Mi ha ricordato un racconto di Vázquez Montalbán, e se possibile, ancora più credibile di quello. Mi ha spiazzato il fatto che tutte le storie siano raccontate in prima persona e che l’io narrante ha ogni volta un nome e una professione diversi. Raccontando allora si può essere chi vuoi. Puoi trasformarti in mille persone, cambiare aspetto, modo di vedere e di pensare. Puoi usare diversi registri linguistici e parole diverse in ogni contesto, e queste parole hanno un potere infinito, che i presunti potenti del mondo si sognano. Puoi usare le parole come i bastoni del contadino delle Murge: colpisci e sai che gli altri dovranno guardarti con rispetto, perché tu conosci un’arte che si impara in luoghi segreti. Carceri, masserie desolate, strade di periferia, angoli di città in guerra. Insomma, in tutti i posti del mondo in cui si può ascoltare un racconto e abbandonare la normale diffidenza: in una storia raccontata tutto dev’essere per forza vero.
(In bocca al lupo a Gianrico Carofiglio per il suo libro appena uscito e auguri di buon compleanno).


